Storia dell'Ortrugo

Le prime menzioni del vitigno risalgono al 1818, quando il Bramieri lo citò con il nome di “altruga”, espressione dialettale che significa ‘altra uva’, ossia diversa da quelle allora più note, indicando un vitigno più che altro utilizzato come uva da taglio; è con questa accezione e con questo nome che il vitigno ricomparve nel Bollettino Ampelografico del Ministero dell’Agricoltura (1881).

Si trovano poi le menzioni “Attrugo” nel 1883 (Inchiesta Agraria e sulle condizioni della classe agricola) con riferimento al circondario di Bobbio (allora in provincia di Pavia) e “Ortrugo di Rovescala” da parte dell’ampelografo Girolamo Molon nel 1908. Molon, autore di un importante trattato di ampelografia, riconobbe al vitigno alcune affinità con il Barbesino di Bobbio, che successivamente si scoprì essere una varietà diversa.

Ma il definitivo nome di “Ortrugo” arrivò nel 1927, quando il professor Toni utilizzò per la prima volta l’attuale denominazione sulle pagine della rivista “Italia Agricola”, annoverando l’Ortrugo fra i “principalissimi” vitigni bianchi da vino della provincia di Piacenza.

Siamo ancora lontani dall’affermazione di un vino che, complice la grande diffusione nel Piacentino della Malvasia di Candia aromatica e del Gutturnio, rimase relegato per molti anni in pochi ettari coltivati e la sua uva mai vinificata in purezza.

Quando, nel 1967, nacque la d.o.c. Colli Piacentini, l’Ortrugo era quasi scomparso. Fu solo all’inizio degli anni Settanta, grazie all’impegno di alcuni viticoltori piacentini, in particolare Mossi di Albareto (Ziano), che l’Ortrugo venne riscoperto e si diede avvio a una valorizzazione che comportò anche la vinificazione in purezza delle sue uve. Al vitigno si interessò l’Università di Piacenza e negli anni Ottanta arrivò il riconoscimento della d.o.c..
Dal 2010 il vino Ortrugo ha un disciplinare tutto suo che contempla tre tipologie di vino: fermo, frizzante e spumante. Oggi è coltivato e prodotto soprattutto in Val Tidone e rappresenta una delle varietà più importanti del piacentino con circa 600 ettari coltivati.